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Si fa presto a dire "calcio inglese"

 

Padova –  I risultati parlano chiaro: per il secondo anno consecutivo tre squadre inglesi (tra l’altro sempre le stesse) sono arrivate a giocarsi l’accesso alla finale della Champions League. Il Manchester United, il Chelsea ed il Liverpool hanno dettato legge e sbaragliato la concorrenza delle squadre italiane e spagnole. L’Arsenal, l’altra grande della Premier League, ha giocato per lunghi tratti della stagione il miglior calcio d’Europa. Insomma, risultati alla mano si può tranquillamente parlare di supremazia del calcio inglese.

  Ma è davvero tutto merito degli inglesi? E soprattutto, ha senso parlare ancora di calcio all’inglese, piuttosto che alla spagnola o all’italiana? L’impressione è che questi termini siano ormai fuori moda. Prendendo come esempio le stesse squadre semifinaliste di Champions, infatti, si scopre che a parte il nome (e buona parte dei tifosi) di inglese hanno ben poco.

  Proprietari. Partiamo innanzitutto dalle proprietà dei club. La Premier League, negli ultimi anni, è diventata terra di conquista da parte di magnati provenienti da ogni parte del mondo. Il Chelsea è notoriamente del russo Abramhovic, che in poco più di cinque anni ha investito oltre 500 milioni di euro per rafforzare la propria squadra. Il Manchester United ed il Liverpool, invece, possono contare sui dollari degli americani: la famiglia Glazer da una parte, Hicks e Gillett dall’altra (ma attenzione perché dal Dubai potrebbero presto arrivare offerte per rilevare il pacchetto azionario dei Reds) . L’Arsenal fa forse eccezione? Nient’affatto: da pochi mesi nella proprietà del club è entrato anche l’uomo d’affari russo Usmanov (patron di Metalloinvest, gigante del settore metallurgico e minerario). Ciò che più meraviglia, comunque, è notare come anche i club più piccoli  e meno prestigiosi siano diventati preda di affaristi e imprenditori non britannici: il Manchester City può contare sui (tanti e non troppo puliti) soldi dell’ex premier thailandese Shinawatra, l’Aston Villa sui dollaroni di Lerner e c’è addirittura un islandese, il magnate dei biscotti Eggert Magnusson, che si è comprato il West Ham. Poteva forse mancare l’Italia? Certo che no: nel 2007 anche Briatore ha fiutato l’affare e, in società con Bernie Ecclestone, ha acquistato il Queen’s Park Rangers (che però gioca in seconda divisione). Insomma, l’invasione continua e sembra non avere sosta.

  Allenatori. La conferma del fatto che si fa presto a dire “calcio inglese”, arriva analizzando lo stile di gioco dei top-team d’oltre Manica. Se si eccettua il Manchester United di Sir Alex Ferguson (che, tra l’altro, in questa trionfale edizione della Champions ha più volte dimostrato di apprezzare il tanto bistrattato “catenaccio” al’italiana), ecco che tutti gli altri club più importanti sono guidati da allenatori non britannici: il Liverpool dallo spagnolo Benitez, il Chelsea dall’israeliano Grant (subentrato però al portoghese Mourinho), l’Arsenal dal francese Wenger. Il gioco di queste squadre è tutt’altro che all’inglese: è raro vedere il Liverpool o il Chelsea, il Manchester Utd o l’Arsenal rinunciare alla manovra per affidarsi al più classico degli schemi britannici, il lancio lungo per la punta. E lo stesso ragionamento si può fare per le altre squadre, dal Manchester City di Eriksson, al Tottenham di Ramos. Insomma, la scuola inglese degli allenatori è in uno stato di profonda crisi, resa ancora più evidente dal fatto che persino il commissario tecnico della nazionale deve essere “importato”: il tabù era stato già infranto con la nomina di Eriksson, che aveva guidato l’Inghilterra dal 2001 al 2006 con discreti risultati. In un moto d’orgoglio patriottico la Football Association aveva poi deciso di affidarsi a McLaren, ma la mancata qualificazione agli Europei di Austria e Svizzera ha reso quasi obbligatoria la nomina di Capello, chiamato a salvare l’onore di chi, il gioco del calcio, l’ha inventato oltre un secolo fa.

Giocatori. L’ultimo dato riguarda i veri protagonisti del gioco del calcio: i giocatori. Le rose di Manchester Utd, Liverpool, Chelsea e Arsenal sono imbottite di calciatori non inglesi o, se vogliamo, non britannici. Nella finale di Mosca tra Red Devils e Blues i britannci in campo erano solo 11. Più di una volta l’Arsenal è scesa in campo con nessun britannico nelle proprie fila. E’ chiaro che questo è un fenomeno che non riguarda solo la Premier League, ma l’intero movimento calcistico europeo, dalla Serie A alla Liga, dalla Bundesliga alla Ligue 1. Dopo la sentenza Bosman, niente è stato più come prima. Ha senso sostenere che l’Inter, con in campo il solo Materazzi, giochi all’italiana? O il Real Madrid con in panchina Schuster e una squadra zeppa di olandesi, francesi, italiani, brasiliani e quant’altro, giochi il tipico calcio spagnolo? L’impressione è che tutte queste differenze siano ormai superate e, in Europa, si giochi un calcio pressochè omogeneo, “all’europea”. 

Enzo Dimasi


31 maggio 2008

 

 

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