
Calcio, passione e malattia
PADOVA – Tempi duri per i tifosi. Un recente studio tedesco, infatti, ha messo in guardia dai possibili rischi derivanti dalla passione per la propria squadra del cuore ed in particolare per la propria Nazionale. Secondo la ricerca (pubblicata sulla rivista specializzata New England Journal of Medicine) tifare per l’Italia piuttosto che per l’Inghilterra o il Brasile, per la Francia o per la Germania, fa aumentare di circa tre volte la possibilità di essere colpiti da un infarto o di soffrire di disturbi cardiaci mentre si assiste ad una partita. Il momento peggiore sono i calci di rigore e la cosa più sorprendente è che i problemi sono indipendenti dall’esito della partita. Che si vinca o si perda, lo stress emotivo è talmente alto da poter provocare brutti scherzi. Cosa fare, allora? Il rimedio migliore sarebbe quello di assistere alle partite senza farsi coinvolgere. Come se fosse possibile. In alternativa, per fortuna dei cardiopatici, c’è sempre la cara pastiglia per il cuore. E c’è da scommettere che, in vista dei prossimi Europei di Austria e Svizzera e soprattutto tenendo conto del girone di ferro in cui è stata inserita l’Italia (con Olanda, Francia e Romania) saranno in molti a seguire il consiglio e a farne incetta.
Passando ad altro, mi piacerebbe fare una considerazione sulla decisione della Lega Calcio di introdurre e rendere obbligatorio il cosiddetto “terzo tempo”. In realtà, più che di terzo tempo (dove le squadre si ritrovano a fine partita per bere o mangiare insieme, spesso anche con i tifosi) si tratta di un vero e proprio cerimoniale per favorire il fair-play tra le due squadre e per avviare un processo che porti alla distensione degli animi dentro e fuori dagli stadi. Il problema, però, è che nel nostro Paese queste cose sono interpretate sempre nel modo sbagliato. Prima la polemica sul fatto che è sbagliato imporre il cerimoniale, poi gli arbitri che hanno minacciato di non si presentarsi al centro del campo in caso di ulteriori attacchi alla categoria (altra brutta abitudine tutta italiana). Infine i giocatori, che presi dal nervosismo e forse non abituati a tanta sportività, preferiscono la via degli spogliatoi a quella della distensione e del fair-play.
A che serve parlare e straparlare di lotta alla violenza se poi, all’atto pratico, sono gli stessi protagonisti dello “show” a fomentare e accendere gli animi con i loro atteggiamenti? Probabilmente, con il tempo, ci si abituerà alla cosa e tutto si svolgerà nel migliore dei modi. Intanto, però, il calcio italiano è ancora una volta rimandato.
Enzo Dimasi
(30.11.08)
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