
Punta della Dogana, uno scorcio di futuro
Monique Vaute: «Scommettiamo sulla città»
La neo-direttrice di Palazzo Grassi punta tutto su un restyling reversibile Nei magazzini della Serenissima un grande museo d’arte contemporanea
di Marco de’ Francesco
PADOVA - Da Dogana da Mar a porta sul futuro. Un tempo tappa obbligata per i mercantili che sbarcavano nella Serenissima, dopo un lungo abbandono l'antico edificio è passato per i prossimi 30 anni alla gestione di Francois Pinault, il magnate francese che ha già rilevato Palazzo Grassi. In base alla convenzione stabilita col Comune di Venezia, i lavori di recupero a spazio espositivo avranno inizio in autunno, e l'inaugurazione si dovrebbe tenere per la Biennale Arti Visive del 2009. Il restyling è stato affidato a Tadao Ando e l'edificio diventerà un museo di arte contemporanea a livello internazionale. Ce ne parla Monique Vaute, direttrice e amministratore delegato di Palazzo Grassi.
Quali gli elementi di forza del progetto?
«Tadao Ando, che pure ha una sensibilità diversa da quella degli occidentali, ha saputo cogliere l'importanza del luogo, il valore di un immenso patrimonio architettonico. Ha lavorato senza sconvolgerlo. Si deve sapere che gli interventi di Ando sono reversibili, nel senso che i segni di contemporaneità che ha inserito potranno, un giorno, essere rimossi. Lo saranno? Opere di questo genere sono sempre una scommessa, e di quelle difficili. Peraltro, Ando ha saputo ispirarsi ai migliori maestri, con un omaggio a Scarpa di cui ancora non si parla, ma che sarà evidente quando il pubblico guarderà le nuove porte dell'edificio».
Venezia è una città ideale per combinare memoria e innovazione?
«Sì. Qui c'è un patrimonio artistico enorme che deriva dal passato; ma Venezia è anche la sede della più antica Biennale, che ha portato la creatività contemporanea. Penso che Punta della Dogana possa diventare un simbolo del rapporto tra patrimonio e modernità. Anche il lavoro di allestimento della collezione Pinault terrà conto di questa combinazione».
Punta della Dogana fa parte della strategia complessiva di Palazzo Grassi?
«Sì, ci sono degli accordi in tal senso tra Comune e Palazzo Grassi».
Che effetto farà vedere la collezione Pinault, con i suoi Jeff Koons e Damien Hirst, nella sede dell'antica Dogana da Mar?
«Ancora non lo sappiamo. I lavori sono in corso, e iniziamo adesso a scoprire gli spazi per l'esposizione. Nell'arte contemporanea non basta una parete bianca: la posizione e l'allestimento sono fondamentali. Se ne stanno occupando direttamente Pinault e Ando».
Dal 15 gennaio scorso è iniziato un ciclo di conferenze, Aspettando punta della dogana. Come è nata l'idea?
«Uno dei grandi vantaggi dei musei di arte contemporanea è che gli artisti sono invitati a raccontare cosa vogliono fare, e in che modo. E' importante, perché la nuova creatività è poco comprensibile ai più. Così abbiamo pensato di condividere la nostra esperienza con la parte più viva di Venezia, la sua Università. E gli artisti hanno risposto con entusiasmo, perché sapevano di avere a che fare con gli studenti, che peraltro hanno posto delle domande intelligenti. Si è creato un bel rapporto, vivo e poco accademico. A proposito, abbiamo fatto un esperimento anche con i ragazzi dell'Accademia, chiamati ad assistere il curatore e a trasmettere agli altri ragazzi questa esperienza».
Da circa mezzo secolo l'epicentro della cultura, nell'arte contemporanea, si è spostato negli Stati Uniti. Cosa sta facendo l'Europa e cosa dovrebbe fare?
«Il fatto è che l'America offre un mercato più importante; così molti artisti italiani e francesi si sono trasferiti a New York. Ma anche Svizzera e Germania stanno diventando dei paesi interessanti, in termini commerciali. Qui c'è tanta creatività ma poco mercato. Ma forse le cose cambieranno: ci sono diversi segnali di inversione di rotta, sia in Italia che in Francia».
Lei è stata per lungo tempo l’anima di Romaeuropa Festival, che unisce teatro, musica e danza. Ha interessi così diversificati o sono solo esigenze di lavoro?
«Ho fondato io quel Festival ma adesso, per esigenze di lavoro, ho passato le consegne a Fabrizio Grifasi. Per il resto, i miei interessi maggiori sono filosofici, e ciò che mi interessa di più è il destino del pensiero occidentale».
Secondo lei qual è l'apporto complessivo di Pinault a Venezia?
«E' enorme. Ha comprato Palazzo Grassi, sta restaurando Punta della Dogana. Ha portato in città una delle più importanti collezioni d'arte contemporanea al mondo. Insomma, Pinault è un mecenate».
In Francia si sono un po' arrabbiati.
«Ci credo, hanno perso un personaggio straordinario, che voleva semplicemente esporre la sua collezione in Francia. Poi non se ne è fatto niente, e non per colpa di Pinault. Ma nessuno è profeta in patria e ora siamo qui».
(pubblicato sull'Inkre@dibile di Marzo)
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