
Kossuth, nostalgia della bellezza
A Renazzo le opere di uno scultore contro-corrente
Molti avrebbero stretto un patto col diavolo per trovarsi al suo posto. Nel 1975, infatti, a soli 28 anni, Wolfgang Alexander Kossuth debutta con l’orchestra del teatro della Scala di Milano in qualità di direttore. Status, visibilità, prestigio: tutto ciò che conta, agli occhi dei più, nella vita di un uomo. Ma non per lui. Nel 1979 abbandona l’avviata carriera musicale per dedicarsi anima e corpo alla scultura. E diventa, in breve tempo, un artista di riferimento per tutti coloro che non si riconoscono nella corrente dominante del mondo dell’arte, quella concettuale.
Al centro di ogni opera di Kossuth sta la figura umana. Drammatici o riflessivi, candidi o sottilmente sensuali,gli uomini e le donne che descrivono l’universo estetico dell’autore si trasfigurano in immagini oniriche, combattono una guerra senza fine contro la gravità e si dispongono, attorcigliandosi o inarcandosi, secondo linee che evidenziano un’armonia sconosciuta in natura. E talora, per la ricchezza dei particolari, Kossuth dimostra una maestria sconosciuta ai coevi, ma che fu propria dei Greci e degli uomini del Rinascimento.
Tedesco di Pfronten, indifferente al richiamo della sirena americana, vive in Italia da 40 anni. E, dal 27 settembre sino al 9 dicembre di quest’anno, alcune sue opere sono esposte al museo Sandro Parmeggiani di Renazzo (Ferrara), in una personale denominata Nostalgia della bellezza e curata da Maria Censi, instancabile protagonista del panorama figurativo italiano. La mostra, intelligente e ordinata, ha il merito, eccezionale considerata la marginalità di Renazzo, di offrire un percorso che integra sculture in bronzo e resina bianca con i dipinti ad olio, la più recente tra le passioni del maestro.
Cosa caratterizza maggiormente le sue figure?
Io non cerco la bellezza. Cerco la verità. E, se una cosa è vera, può sembrare bella; ma non è detto che lo sia. Può essere semplicemente tragica.
Lei è decisamente antitetico alla scultura concettuale.
Sicuramente, ma il mio mondo è contemporaneo. Le mie sculture, fateci caso, sono apparizioni che non potrebbero appartenere neppure agli anni Settanta. Sono radicate nel presente, perché seguono ciò che vedo, ciò che sento. Ciò che, in definitiva, non può che essere attuale.
Cosa rende le sue figure così sensuali?
Io ho una grande adorazione per il corpo umano, ma non faccio ricerca psicologica né mi preoccupo di ciò che penserà il pubblico. Perché ho imparato che se forzi una cosa, questa non è più vera. Così, lavorando, non penso. Quando inizi a farlo è la fine.
Le sue sculture hanno degli equilibri precari.
Io provo, costantemente, un incessante desiderio di privare le opere del loro peso. In genere, quando si pensa ad una scultura, si immagina qualcosa di pesante. Io, invece,desidero che le mie opere sembrino sospese, sostenute da forze che non appaiono; perché sono, in realtà, frutto di un lavoro d’ingegneria, che però a me risulta naturale.
Quali sono stati i suoi artisti di riferimento?
Tanto per cominciare, non ho avuto maestri. Ho frequentato un po’ l’accademia di Brera dove, in un ambiente ormai dominato dalla cultura dell’happening, ho avuto la fortuna di conoscere Enrico Manfrini. Tutto qui. Peraltro, sino agli anni ’70 c’erano in Italia tanti bravi scultori, che sono scomparsi nell’anonimato. Invisibili alla critica e al mondo. Per quanto mi riguarda, mi sono lasciato guidare dall’istinto.
Cosa resta della sua esperienza di musicista?
L’umiltà. Tutti gli artisti sono boriosi, tranne i musicisti.
A un certo punto ha mollato una carriera prestigiosa. Com’è andata?
All’inizio c’era un solo problema: mangiare. Poi, dall’84 all’89 sono diventato maestro di banda. Suonavo 6 mesi e scolpivo nella restante metà dell’anno. Ho fatto un po’ di soldi, ma ero diventato ossessivo, perché pensavo di dovere recuperare 30 anni di inattività nella scultura. Ora sono più tranquillo: ho colmato il vuoto.
Marco de’ Francesco
(La Nuova Ferrara, 2 dicembre 2007)
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